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Un inno alla libertà


Diario


11 luglio 2006

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5 luglio 2006

Calcoli da liberalizzazioni



I liberali hanno poco seguito nel paese ma ciò non toglie che se questo termine diventa l’argomento del giorno è come se fosse toccato un nervo scoperto che fa godere alcuni e fa male ad altri. Una specie di nervo saprofita, se così possiamo dire, che sta lì ignorato fino a che qualche bislacco e sorprendente avvenimento lo mette in agitazione. Buon segno comunque perché gli storici di politica ci hanno sempre spiegato che il liberalismo non ha seguito se non quando è brandito come un arma da qualche leader di calibro.

In questi giorni quindi il nervo ha fatto gridare molti e le urla spesso sono assomigliate a quelle di una curva dello stadio. Quando la partita sarà terminata si faranno i conti ed allora si vedrà quanto una cosiddetta liberalizzazione avrà dato agli uni e tolto agli altri.

Per il momento gli unici che hanno fatto qualche calcolo preventivo sono questi. E già non sarebbe male.



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5 luglio 2006

Cossiga se ne fotte del procuratore Spataro


Abu Omar

Il dr. Armando Spataro, Procuratore della Repubblica Aggiunto in Milano e Coordinatore del Gruppo specializzato nel settore dell’antiterrorismo è il protagonista di questa ennesima faccenda dagli oscuri tratti. La CIA sappiamo avere operato negli ultimi anni in azioni segrete sul territorio di alcuni stati europei ed avere trasferito persone e cose con l’ausilio di aerei anche con l’utilizzo di aeroporti situati in territori stranieri.

Il rapimento dell’Imam Abu Omar da parte di 22 agenti americani è stato oggetto di un’inchiesta che culmina ora con due misure di custodia cautelare nei confronti di altrettanti uomini del Sismi. Si tratta di Marco Mancini, capo della prima divisione e dei generale Gustavo Pignero, all’epoca dei fatti capo di Mancini.

Il senatore a vita ed ex capo dello Stato Francesco Cossiga, nel corso di un’intervista condotta su RepubblicaRadioTV.it, ha dichiarato che “disistima profondamente e se ne fotte di Spataro, noto antiamericano assatanato di protagonismo”. Secondo CossigaSpataro sa bene che le autorità americane non consegneranno mai i rapitori di Abu Omar” e trova strano che il rapimento da parte della CIA “sia avvenuto proprio 3 giorni prima della cessazione dei pedinamenti e dei controlli dell’Imam”, ordinati dalla procura. Si chiede anche i motivi che hanno portato all’allontanamento “di chi si occupava di questi reati, il dott. D’Ambruoso, inviato a Vienna ad occuparsi di droga presso l’agenzia dell’ONU”.

Le operazioni della CIA in questo contesto sono state effettuate secondo gli adempimenti dell’Executive Military Order n. 2, passato al vaglio della Corte Suprema americana e la certezza di non potere ottenere alcun successo con l’estradizione degli agenti che hanno compiuto i fatti, fa dedurre a Cossiga che la decisione di procedere di Spataro e della procura di Milano abbia, in realtà, un obbiettivo diverso: colpire il Sismi, il suo capo, generale di Corpo d’Armata Nicolò Pollari e sfasciare questa struttura dello stato.

Le congratulazioni di Osama Bin Laden arriveranno presto e nel frattempo possiamo intascare quelle di quel “covo di terroristi” della moschea di viale Jenner a Milano” dice ancora il senatore. Altri paesi come la Svizzera, l’Austria, la Germania, la Svezia, la Spagna ed il Portogallo non hanno ritenuto dovere procedere in alcuno modo ma è ben noto che “noi siamo impegnati più di loro nella lotta contro il terrorismo…”

Alla fine dell’intervista Cossiga getta il sasso nello stagno: il rapimento in realtà non sarebbe stato un vero rapimento ma una messa in scena perché Abu Omar era un agente della CIA che doveva essere sottratto alle autorità giudiziarie italiane ed essere “ripulito”. A sostegno di questa tesi spiega che ciò che si è sostenuto circa le presunte torture alle quali Omar sarebbe stato sottoposto in Egitto, non risponde al vero e lo dimostra il fatto che dopo tre settimane dal suo arrivo in quel paese le autorità giudiziarie hanno convocato sua moglie.

Adesso che il Sismi ha subìto questo colpo, le probabilità di successo di un attentato terroristico in Italia aumentano e Cossiga lancia un anatema nei confronti del super procuratore: “se in Italia succede qualcosa, Spataro di sporca le mani di sangue”.

Va da sé che noi siamo con Cossiga.

 
(Qui
l’intervista a Cossiga – altre notizie qui, qui e qui.)


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5 luglio 2006

Gli europei sono i veri kamikaze


Il governo olandese non è riuscito ad assorbire il contraccolpo delle polemiche seguite al caso di Ayaan Hirsi Ali e la conseguente uscita dalla coalizione del piccolo partito D66. Il Primo Ministro Jan-Peter Balkenende non ha più la maggioranza in parlamento ed ha quindi deciso di rassegnare le sue dimissioni alla regina Beatrice aprendo la strada ad elezioni anticipate, ora chieste a gran voce dalla opposizione socialdemocratica.

Questa sconcertante vicenda è iniziata con la decisione, poi ritirata, da parte del ministro di ferro per l’immigrazione, Rita Verdonk, di revocare la cittadinanza olandese alla Hirsi Ali dopo che questa aveva ammesso di avere mentito su alcuni dati anagrafici quando chiese asilo in Olanda nel 1992, per sfuggire alla tradizione del matrimonio combinato in vigore nel suo paese, la Somalia. La cosa sconcertante nel comportamento della ministra, le cui dichiarazioni hanno provocato la fuga della Hirsi Ali negli Stati Uniti, è stata la sua inettitudine nel trattare il caso la cui conclusione risulta ora essere un imprevedibile regalo alle frange islamiche più estreme. Alla fine le rigide norme che regolano i flussi migratori in Olanda e le leggi relative agli obblighi di rispetto di determinati requisiti da parte degli immigrati, hanno avuto una sorta di effetto all’incontrario, facendo una vittima illustre come la ex parlamentare somala, simbolo di una lotta coraggiosa contro l’isolazionismo della comunità islamica e le sue manifestazioni più estreme di misoginia. Una sorta di autogol.

Questa vicenda ha portato fino alla caduta di un governo e dimostra ancora una volta quanto le società più aperte e tolleranti del nostro continente siano incapaci di affrontare compatte un fenomeno ormai così destabilizzante da riuscire a modificare l’agenda elettorale di uno delle nazioni politicamente più stabili. Sono stati sufficienti un cortometraggio, un omicidio e l’annuncio di un assurdo provvedimento di revoca di cittadinanza per provocare un terremoto politico del quale le intellighenzie islamiche non potranno che felicitarsi e che servirà a quelli che mirano a fare dell’Europa una colonia islamica come una ulteriore motivazione a continuare nella loro lenta ma inesorabile marcia verso la supremazia.



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4 luglio 2006

Libertà e liberalizzazioni necessarie: una risposta ad Arturo Diaconale


Arturo Diaconale è uno dei miei giornalisti e opinionisti politici preferiti. Oggi scrive sull’Opinione un articolo molto critico verso il decreto Bersani sulle liberalizzazioni, sostenendo che sono state realizzate per decreto con l’obbiettivo di punire determinate categorie considerate ostili e nemiche al blocco sociale della maggioranza. Fa riferimento ai tassisti, i notai ed i farmacisti; noi aggiungiamo i commercialisti, gli avvocati ed i commercianti, quest’ultimi perché saranno costretti a pesanti adempimenti burocratici volti a fare emergere le sacche di evasione fiscale.

Diaconale preconizza inoltre la prossima ondata di vittime dei ministri del governo Prodi e annovera i professionisti, le partite IVA i piccoli imprenditori ed i proprietari di immobili tra coloro che dovranno fare i conti futuri provvedimenti che si riveleranno punitivi e liberticidi.

Alle argomentazioni del direttore dell’Opinione abbiamo due ordini di obiezioni: la prima riguarda il giudizio di appartenenza politica che è dato alle categorie oggetto del decreto. Non è corretto sostenere che i notai, i taxisti o gli avvocati siano tipici elettori del Centro Destra perché oltretutto sappiamo che uno dei principali collanti dell’elettorato di Centro Sinistra è l’anti-berlusconismo, una specie di sindrome che ha misteriosamente colpito milioni di italiani e li ha spinti a votare spesso per la sinistra a causa di una sorta di avversione viscerale nei confronti di ciò che Berlusconi rappresenta personalmente o che potrebbe rappresentare nel loro immaginario collettivo.

Conosciamo personalmente molti avvocati e commercialisti che non si sognerebbero mai di votarlo solo perché, semplicemente, non lo sopportano e sono convinti che sia una persona arrivista e poco onesta. Perciò rifiutiamo l’idea che sia possibile – anche se magari voluto – introdurre norme puntuali come queste liberalizzazioni e riuscire a colpire un elettorato dal profilo ben definito perché molti elettori di Centro Sinistra appartengono a categorie sociali che normalmente voterebbero a destra ma, trasversalmente, soffrono di anti-berlusconismo e gli votano contro.

La seconda obiezione riguarda invece il concetto di punizione. Si vorrebbe sostenere che liberalizzare equivalga a punire o a mettere in difficoltà un’ìntera categoria perché dalla concorrenza e dalla competitività questa perderebbe alcune sue prerogative di protezione. Noi crediamo invece nella selezione dei migliori e nelle sue logiche conseguenze. Se vogliamo parlare di punizione questa sarà un’auto-punizione, naturalmente riservata a quelli che non operano cercando di fornire il miglior servizio al minor prezzo e non pongono attenzione alle esigenze del consumatore ma esclusivamente delle proprie posizioni di rendita. Chi invece ha sempre operato al meglio, con merito ed efficienza, potrà continuare a beneficiare della nuova situazione e riceverà dalle liberalizzazioni nuovi stimoli ad operare in modo ancor più efficace.

La conclusione di queste considerazioni porta, paradossalmente, ad un ribaltamento delle tesi di Diaconale perché chi sarà colpito e dovrà ripensare il suo modo di operare potrebbero essere proprio quegli elettori di sinistra, generalmente conservatori, poco propensi al cambiamento e alla ricerca di privilegi. Gli elettori di centro destra, forse più inclini ad esporsi alla competizione ma avversi alla persona di Berlusconi, potrebbero invece beneficiare di questi provvedimenti.

Sul tema autoritarismo e mancanza di concertazione, ci chiediamo: quante volte abbiamo riflettuto sui comportamenti del precedente governo di centro destra e abbiamo concluso che la sua inefficacia spesso era dovuta ad un eccesso di consultazioni, discussioni, concertazioni e pessimi compromessi soprattutto all’interno della stessa maggioranza? In un paese come il nostro certe misure hanno possibilità di successo solo se “prima si attuano e poi si discute”.

Concludendo: potremmo immaginarci per un attimo di essere ancora governati dalla maggioranza di Centro Destra e trovarci oggi nella stessa identica situazione nella quale ci troviamo con Bersani: forse che definiremmo misure di questa portata decise per decreto da un ministro di Forza Italia, “misure autoritarie e punitive” o “imitazioni di Castro? No, più probabilmente la nostra reazione sarebbe di esclamare: “finalmente si sono svegliati!”.




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3 luglio 2006

Taxi, taxi, anche a Milano la CDL è finita lì


Letizia Moratti, sindaco di Milano, ha deciso di non applicare il decreto liberalizzazioni del ministro Bersani. Il caos provocato dai taxisti potrebbe sembrare la causa di questo dietrofront ed in effetti in parte lo è. Ma ciò che bisogna ricordare è che la Moratti aveva fatto un patto con i taxisti ancora prima delle elezioni ed aveva ottenuto l’assenso all’aumento del numero delle licenze in cambio di altre concessioni da parte del comune. L’importanza dell’intesa andava inquadrata nell’ambito di un difficile rapporto tra il comune e la categoria, segnato per anni da una posizione rigida ed intollerante da entrambe le parti che aveva nuociuto non poco alla popolarità dell’amministrazione del sindaco uscente Gabriele Albertini.

Il decreto Bersani spazza via d’un colpo tutto il lavoro negoziale fatto dalla Moratti alla quale va la nostra comprensione per la sua delusione; allo stesso tempo però dobbiamo sottolineare che questa decisione assomiglia un po’ a quella di certi kamikaze che, incomprensibilmente, decidono il tanto peggio quanto meglio e rischiano così di fare il gioco dell’avversario politico che ha abilmente teso una trappola nella quale il comune di Milano sembra essere caduto. Non si spiegherà infatti in alcun modo un gesto che va a danno proprio di quegli elettori della CDL tipici utilizzatori del servizio pubblico dei taxisti e primi beneficiari di un servizio più celere e forse di tariffe migliori.

Adesso, come ha scritto il mio amico Megafono,  il Centro Sinistra è passato, anche nei fatti, sulla sponda dei liberalizzatori nell’interesse del consumatore ed il Centro Destra su quella dei difensori dei privilegi delle categorie protette. Sarà per questo che ha perso le elezioni? Se continua così, di certo non ne vincerà più.



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3 luglio 2006

Lo sport e l'ipocrisia del doping


L’esclusione di Ivan Basso dal giro di Francia richiama alla memoria la tragedia di un altro campione, Marco Pantani. La vita del Pirata fu distrutta dall’abbandono nel quale l’opinione pubblica lo lasciò, accusandolo di essere ciò che egli era – un dopato – ma facendone l’unico capro espiatorio sul quale concentrare le attenzioni di tifosi, giornalisti e dirigenti ai quali fu permesso di salvare per le proprie convenienze le sorti di uno degli sport più popolari al mondo.

Oggi la situazione per certi versi è cambiata. Non crediamo che Basso cadrà nella disperazione e nella depressione di piratiana memoria perché da allora le squalifiche e i rientri sono all’ordine del giorno e i medici compiacenti hanno ormai sviluppato particolari abilità a mantenere sempre e comunque il livello di ematocrito al di sotto di 50. Pensiamo invece che Basso, come almeno altri 200 corridori professionisti, siano consapevoli dei rischi ai quali vanno incontro e che facciano ormai parte della loro attività e siano considerati un potenziale rischio da calcolare in ogni negoziazione di ricchi contratti di sponsorizzazione.

Che significa tutto ciò? Che l’ipocrisia resta e gli scenari teatrali cambiano. Pantani è stato protagonista di un dramma umano con il quale ha salvato una intera categoria di professionisti mentre Basso li salverà perché l’assenza del dramma riporterà questo episodio – sempre e comunque grave – in un contesto di normalità e di indifferenza.

Come nel calcio, tutti sapevano e tutti sanno e chi non sa ha perlomeno qualche indizio; chi non ha neanche quello immagina. Tutti sono complici, direttamente o indirettamente con il loro silenzio e nessuno è pronto a rinunciare e a denunciare. Anche i casi di tentato suicidio sono isolati. L’ipocrisia dilaga su tutti i fronti: i corridori, giovani e prestanti, devono doparsi per non arrivare ultimi; i dirigenti e di medici devono diventare dei dottor Jekill per portare la loro squadra alla vittoria; le Federazioni chiudono occhi e orecchie per non perdere contributi e potere.

Chissà se un giorno apparirà sulla scena il Buscetta dello sport con tanto di documenti e prove  circostanziate e chissà se le dichiarazioni conseguenti al pentimento potranno essere verificate con l’ausilio di sofisticati strumenti tecnologici: renderebbero lo sport allo sport, non certo agli sportivi i quali, anche loro, amano recitare nel teatrino dell’ipocrisia ed esaltarsi davanti a prestazioni sovraumane. Per il momento non si vede nessuno Buscetta all’orizzonte, si vede solo il tramonto estivo all’orizzonte della vacanza dorata di Basso, aspettando il rientro ipocrita.



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3 luglio 2006

La crisi spinosa della Rosa nel Pugno


Dopo l’articolo dell’ex esponente dei DS Lanfranco Turci che sul Riformista scrive parole di fuoco contro Marco Pannella, arrivano le dimissioni di Roberto Villetti (SDI) da capogruppo alla Camera della Rosa nel Pugno. Villetti lamenta la «crisi evidente del gruppo che lo ha portato ad una situazione di paralisi» e senza nominarlo, indica nel solito Marco Pannella una delle principali cause di questo stallo perché «siamo un partito istituzionalizzato che deve fare i conti con il più grande solista della politica italiana». Gli fa eco Ottaviano Del Turco, in quota SDI e governatore dell’Abruzzo che sostiene che «il vizio dei Radicali è egemonico, lo hanno mutuato da una cultura lontana dalla loro come quella comunista».

Tutti parlano di crisi e molti hanno fatto di tutto per evitarla ma anche lo stesso Pannella si è reso conto «che le crisi si debbono vivere perché sono una ricchezza ed un momento di crescita» e quindi meglio farla scoppiare e vedere l’effetto che fa.

Jim Momo parla di alibi cercati e trovati da parte dei socialisti dello SDI e cita una lettera alla segreteria della RnP del Prof. Biagio di Giovanni nella quale è respinta la tesi che la subalternità ai Radicali sia la causa delle crepe che si sono aperte. Il vero problema per De Giovanni è che o si trovano ragioni ideali e politiche per coesistere oppure le questioni di stile e non solo potranno sempre essere strumentalizzate per fare abortire questo progetto politico. C’è necessità di intese sui temi da sollevare, sulle loro connessioni e sulle priorità da mettere in agenda.

Che dire? Malvino dice che lo SDI si sta preparando a diventare una costola dei DS accreditandosi come partito laico ma non laicista, nella speranza di diventare poi la terza gamba del partito Democratico. I Radicali invece hanno un capo al quale preme continuare la testimonianza, il martyrios. La conclusione per Malvino non è in bellezza: il contesto nel quale è nato il progetto ha, di per sé, reso impossibile la sopravvivenza della RnP; lo sviluppo non può essere che un divorzio e la prospettiva di questo animale composito, l’ircocervo è che sarà abortito perchè, tanto, un animale così non è adatto nel nostro paese.

La prima vittima del Centro Sinistra? Vedremo.

Le critiche dei socialisti in quota Centro Destra si riassumono nelle parole di Chiara Moroni: «La crisi della Rosa nel Pugno era inevitabile. Per i socialisti è stato un errore lasciarsi radicalizzare dalle truppe pannelliane.» Attendiamo quelle dei Riformatori Liberali.

 

 


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2 luglio 2006

Come scrivere un'agenda liberale a sinistra

Francesco Giavazzi ed il governo Prodi si scambiano favori. Il Governo fornisce al noto economista la legittimazione ed il successo della sua campagna per la liberalizzazione della vendita dei farmaci nei supermercati e lui, dopo avere già fatto molto in campagna elettorale, ricambia e dichiara:

«Un buon avvio. La situazione difficile dei nostri conti pubblici non è la causa prima, bensì la conseguenza del virus che ha colpito l'Italia. Il nodo è la scarsa libertà economica, i mille vincoli che impediscono alle imprese di crescere, un mercato del lavoro che protegge chi un posto ce l'ha a scapito di chi ne è escluso... Il valore del "pacchetto Bersani" non sta tanto nelle singole misure, peraltro significative (farmacie, notai, professionisti, class action, tassisti, RC auto, conti correnti), bensì nel segnale che finalmente si ha il coraggio di non sottomettersi alla pressione delle lobby. Finora nessuno c'era riuscito

Il decreto competitività, un pacchetto di provvedimenti a costo zero, è stato approvato nei primi 100 giorni e anche se Giavazzi avrebbe voluto molto di più e ritiene che le difficoltà maggiori arriveranno quando si intaccheranno i privilegi degli elettori di Centro Sinistra come i dipendenti pubblici, il suo significato è quello di iniziare un percorso per «rimuovere gli ostacoli alla concorrenza» in alcuni settori, come ci spiega il Ministro Bersani.

Alcune norme sono di poco rilievo ed hanno un forte sapore propagandistico come la firma per il passaggio di proprietà dell’auto che farà risparmiare agli utenti solo 25 €, tanto costa l’onorario del notaio; l’onere maggiore è dato dai costi amministrativi e, quelli sì, avrebbero avuto bisogno di una bella dose di liberalizzazione. Un'altra norma che poco cambierà nelle tasche dei consumatori è quella dello shopping a go-go che prevede l’abolizione dei divieti delle vendite promozionali scontate, pratica già in vigore pure se mascherata.

Altre iniziative del decreto cambieranno invece molto, come la liberalizzazione delle licenze dei taxi o l’abolizione dei tariffari degli ordini professionali. Prodi esulta e definisce il provvedimento una «rivoluzione per i consumatori ed un cambiamento radicale per il sistema produttivo». Fossimo in lui saremmo un po’ più cauti sapendo di quale stoffa siano fatti i rappresentanti della sinistra radicale, sofferenti di idiosincrasia ed allergia acuta verso il termine “liberalizzazione” o azione “liberale” e di quali resistenze, proteste, scioperi e pressioni arriveranno dalle categorie coinvolte in questa mini riforma. Già i taxisti hanno cominciato, in anteprima, a fare sentire la loro voce.

La conversione del decreto non è quindi cosa scontata ma bisogna dare atto a questo governo di avere fatto in pochi giorni ciò che la maggioranza di Centro Destra non è riuscita a fare in 5 anni. È un gesto simbolico? Un azzardo? Una manovra politica che non sfocerà in nulla? Non lo sappiamo ma se Prodi cercherà di  guidare questa nave fuori dal porto delle nebbie già fitte e riuscirà nel suo intento, Berlusconi ed i suoi dovranno meditare su cinque anni di occasioni perse e sui gesti, poco significativi da un punto di vista pratico ma incisivi su quello politico, che non hanno saputo mettere in atto, gesti che seguono la  logica di fondo della maggiore libertà di scelta e della rottura di una catena di privilegi e di rendite.

Paradossalmente non c’è da rallegrarsi se questo paese diventa più libero. La coalizione berlusconiana nata più di dieci anni fa sull’onda della costituzione di un nuovo partito liberale di massa e con un programma inedito per il nostro paese, aveva raccolto allora un successo insperato che testimoniava il valore delle sue proposte di fondo. A distanza di tre legislature ha perso le elezioni ed un referendum di vitale importanza, senza essere riuscita a riformare il sistema come si aspettavano i suoi elettori. Per combattere la battaglia finale ha puntato sui cavalli del berlusconismo e del voto cattolico ma molti suoi elettori l’hanno abbandonata perché ha tradito in larga misura le premesse della sua nascita, non si è mostrata abbastanza coraggiosa per varare profonde riforme liberali ed anzi a volte ha sfornato leggi neo-conservatrici e proibizioniste. Vedere oggi che una maggioranza di sinistra, nata sulla vocazione alla conservazione ed allo statalismo, sia in grado in pochi giorni dall’insediamento del suo governo di fare a pugni con le corporazioni e partorire qualcosa di “liberale”, pur se di sinistra, è triste e deprimente.

Lo dice anche Panebianco.




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28 giugno 2006

Intelligence e ipocrisie giornalistiche



Dopo lo scandalo delle intercettazioni telefoniche, lo scandalo dei conti bancari. La CIA, con l’aiuto della Society for Worldwide Interbank Financial TelecommunicationsSWIFT ha controllato milioni di transazioni di conti correnti bancari da e per gli USA. Lo rivela il New York Times dopo che l’amministrazione Bush aveva richiesto al giornale di astenersi dal pubblicare queste notizie perché, come ha detto la portavoce Dana Perino, così abbiamo segnalato ai terroristi come li combattiamo.

Ciò che il blasonato giornale tenta di fare è alzare un polverone attribuendo agli organi governativi la violazione dell’obbligo di richiedere le autorizzazioni alla magistratura perché, fatto in questo modo, il monitoraggio si presta a gravi abusi. E dire che era stato lo stesso Alan Greenspan, Presidente della Federal Reserve a dare il benestare a questa procedura, in vigore dall’ottobre del 2001, sulla base di una sentenza della Corte Suprema del 1976 e successivamente dell’entrata in vigore dell’International Emergency Economic Powers Act, che assegna al presidente poteri straordinari per indagare sulle transazioni internazionali.

Il giornale newyorchese però non ha ceduto alle pressioni governative perché «abbiamo ascoltato attentamente i loro argomenti e abbiamo dato loro seria e rispettosa considerazione. Rimaniamo però convinti che lo straordinario accesso dell’amministrazione a questo vasto deposito di dati finanziari internazionali, per quanto ne possa essere fatto un uso attentamente mirato, sia materia di pubblico interesse.» Oltre che pubblico adesso l’interesse è diventato quello privato delle organizzazioni terroristiche mentre il grande pubblico che, abitualmente effettua transazioni alla luce del sole, di questo interesse non sa che farsene.

Da oggi dovremo fare attenzione quando effettueremo un bonifico verso l’estero e forniremo alla banca il codice Swift del beneficiario: questi numerini faranno sicuramente sobbalzare sulla sedia il presidente Gorge W. Bush quando, accorgendosi che stiamo facendo una donazione ad una OMG afghana dal nome esotico che inizia con “Al”, telefonerà immediatamente a Romano Prodi chiedendogli lumi sulle attività eversive di un cittadino italiano, tale Cantor.

La guerra e l’esportazione della democrazia non si possono fare, i sequestri di terroristi sul suolo di paesi amici neanche e quindi non ci restano che la diplomazia e l’intelligence: questo è il diktat dei pensatori terzomondismi e ora anche l’intelligence non va più di moda. Bush non la pensa proprio così: ha fatto la guerra e l’ha vinta, ha dato un contributo fondamentale all’istituzione di due democrazie in paesi che non sapevano neanche cosa fossero, ha prelevato un certo numero di gaglioffi in giro per l’Europa, ha intercettato milioni di conversazioni telefoniche e controlla i movimenti bancari sospetti. Meno male che c’è lui sennò a questo punto ci avevano già rasi al suolo. Della diplomazia, se continua così, ci pare che non ce ne facciamo niente e, diplomando diplomando, speriamo che non ci tirino in testa una bella bomba atomica.

 


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